Non è semplicemente un artista. Leo Bassi è uno dei rarissimi casi in Europa in cui il teatro ha prodotto conseguenze reali: polemiche, proteste, minacce, persino un attentato. La sua storia attraversa il circo, la televisione, la performance e l’attivismo, ma soprattutto racconta una pratica artistica che non ha mai accettato compromessi con il potere.
Nato nel 1952 a New York in una delle più importanti dinastie circensi europee – sei generazioni di artisti tra Italia, Francia e Inghilterra – Bassi porta con sé una memoria che affonda le radici nella storia stessa dello spettacolo moderno. Alcuni membri della sua famiglia, appartenente a questa lunga tradizione, furono tra gli artisti ripresi nelle primissime immagini del cinema, comparendo nelle celebri vedute dei Fratelli Lumière. È in questo passaggio tra scena e pellicola, tra corpo e immagine, che si inscrive una genealogia artistica unica, capace di attraversare l’intera storia dello spettacolo fino alle forme più radicali della contemporaneità.
Debutta da bambino e percorre il mondo con il circo familiare, prima di abbandonare la tradizione per reinventarsi come clown solista. Negli anni Settanta crea spettacoli di strada come Il circo più piccolo del mondo, avviando un percorso che lo porterà progressivamente a trasformare la figura del clown in un dispositivo politico, capace di interrogare il presente.
Il punto di svolta arriva nei primi anni Duemila in Spagna, dove Bassi costruisce il proprio linguaggio più radicale. Con spettacoli come La Revelación, che attacca direttamente il fondamentalismo religioso e il rapporto tra fede e potere, il suo lavoro supera il piano simbolico e genera reazioni violente.
Il 1° marzo 2006, durante una replica al Teatro Alfil di Madrid, un ordigno artigianale viene collocato accanto al suo camerino. L’attentato, direttamente collegato ai contenuti anticlericali dello spettacolo, segna uno dei momenti più gravi nella storia recente del teatro europeo e rende evidente come il suo lavoro si muova su un terreno di conflitto reale. Negli anni successivi si susseguono minacce, contestazioni pubbliche, tentativi di censura e cancellazioni di spettacoli, in particolare da parte di gruppi ultracattolici e conservatori.
Bassi non arretra. Al contrario, integra questi episodi nella propria pratica, trasformando la pressione esterna in materia artistica. Il suo teatro si definisce proprio in questo attrito costante tra libertà espressiva e reazione sociale.
Nel 2012 compie uno dei gesti più iconici della sua carriera fondando a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, la Iglesia Patólica, con sede in Travesía de la Primavera 3. Non si tratta di una semplice operazione simbolica, ma di uno spazio reale, aperto al pubblico e attivo, dove la dimensione performativa si intreccia con una riflessione critica sulle istituzioni religiose.
La cosiddetta “chiesa del papero”, ribattezzata anche “Paticano” in un evidente gioco di parole con il Vaticano, è una religione satirica che assume come simbolo un papero di gomma, elevato a emblema universale del clown e della libertà di pensiero. All’interno di questo spazio si svolgono celebrazioni parodiche che imitano e deformano i rituali religiosi tradizionali, trasformando messe, matrimoni e battesimi in occasioni per interrogare i meccanismi del dogma, dell’autorità e dell’appartenenza.
Il progetto, inaugurato il 28 dicembre 2012, giorno del “pesce d’aprile” spagnolo, esplicita fin dall’inizio la propria natura ironica e dissacrante. Anche in questo caso, la reazione non tarda ad arrivare: nel 2016 lo spazio viene colpito da un incendio doloso che lo danneggia gravemente. Tra i resti viene recuperato un papero annerito dal fumo, successivamente trasformato in reliquia e ribattezzato “Morenito de San Lorenzo”, simbolo della sopravvivenza del progetto e della sua capacità di resistere agli attacchi.
Leo Bassi si definisce “l’ultimo buffone”, recuperando una figura storica che nel Medioevo aveva il compito di dire la verità al potere attraverso il riso. Nel suo lavoro, questa funzione si traduce in una pratica teatrale che attacca apertamente le istituzioni religiose, i media di massa, i populismi e le forme contemporanee di autoritarismo.
Il suo linguaggio nasce dall’incontro tra il corpo circense, che conserva la dimensione del rischio e della presenza fisica, e una parola che diventa strumento di intervento diretto nella realtà. Il teatro di Bassi non cerca neutralità, ma costruisce una relazione con il pubblico fondata sulla tensione, sull’imprevisto e sulla responsabilità.
All’interno di questo percorso si colloca Io, Mussolini, uno degli spettacoli più incisivi della sua produzione recente. In scena, Bassi dà corpo a un redivivo Benito Mussolini, che osserva il presente e si confronta direttamente con il pubblico, cercando di reinterpretare il mondo contemporaneo attraverso la propria ideologia.
Non si tratta di una semplice parodia o di un esercizio di satira storica. Lo spettacolo costruisce un cortocircuito tra passato e presente, mettendo in evidenza quanto i meccanismi del consenso e del potere autoritario possano riaffiorare anche oggi. Il dittatore viene ridicolizzato e smontato, ma proprio per questo diventa inquietantemente vicino, quasi riconoscibile.
Il pubblico è coinvolto in una dinamica ambigua e potente: si ride, ma subito dopo si è costretti a interrogarsi. La comicità diventa uno strumento per rendere visibili le fragilità del presente.
Lo spettacolo Io, Mussolini sarà in scena il 30 aprile e il 1 maggio 2026 alle ore 21:00 presso il Teatro Garibaldi, aprendo il Nice Festival Settimo Torinese 2026.
Non è una scelta neutra. Affidare l’apertura del festival a Leo Bassi significa dichiarare una linea precisa: il circo contemporaneo può essere non solo spazio di creazione e di linguaggio, ma anche luogo di confronto critico, capace di interrogare il presente e di assumersi una funzione pubblica.



